Grecia antica Erotismo nei racconti proibiti di Filoplatano ad Antocome.

 

Grecia antica Erotismo nei racconti proibiti di Filoplatano ad Antocome.

Nell’età ellenistica (spentisi ormai gli intensi e sofferti ardori di Saffo e la carnevalesca e liberatoria scurrilità di Aristofane), l’erotismo diventa raffinato, cerebrale, sottilmente feticistico (come del resto in autori insospettabili: basti pensare all’occulto, inconfessato ma tangibile voyeurismo di Petrarca in “Chiare, fresche e dolci acque”, che si fissa ossessivamente su mani, piedi, guanti, veli). La lettera riportata è fra quelle che alcuni hanno accostato a Boccaccio per concisione, efficacia, irrisolta e protratta tensione erotica.

Filoplatano ad Antocome.

Ho banchettato piacevolmente insieme a Limona in un giardino di delizie, del tutto consono alla bellezza della mia adorata. Vi erano un platano dall’ampio fogliame ed ombroso, una brezza leggera, e un tenero prato, coperto di fiori com’è consuetudine nella stagione estiva (ci siamo distesi per terra come su di un sontuoso tappeto), e molti alberi carichi di frutti, “peri e melograni e meli dagli splendidi pomi”: qualcuno avrebbe potuto dire, alla maniera di Omero, che era quella la dimora delle ninfe autunnali – che lì, protette dall’ombra, le ninfe si baciavano e si accarezzavano, godendo in silenzio dei tocchi e dei titillamenti furtivi e segreti delle labbra e delle dita.

C’erano, dunque, questi alberi, e altri lì vicino, con i rami gremiti di fiori, prodighi di frutti d’ogni sorta, tanto da rendere colmo di profumi quell’adorabile luogo. E strinsi tra le dita una tenera foglia, poi la portai alle narici, ed inspirai profondamente il suo aroma, intenso e dolcissimo come quello del fiore segreto della mia donna.

E vi erano viti assai ampie ed alte, attorte ai cipressi, tanto che dovevamo rovesciare completamente il capo all’indietro, per vedere i grappoli sospesi intorno, alcuni dei quali erano rigonfi, altri maturi, altri acerbi, altri ancora sembravano germogli. Per arrivare a quelli maturi uno si arrampicava, salendo sui rami, un altro, sollevatosi a sufficienza da terra, si aggrappava saldamente alla pianta, con la mano sinistra protesa, e con la destra raccoglieva i grappoli; un altro, infine, a lato dell’albero, tendeva la mano ad un villico, ormai sfinito dagli anni.

Una graziosissima fonte faceva scorrere ai piedi del platano la sua acqua assai fresca, come si poteva sentire immergendovi il piede, e tanto limpida che, mentre nuotavamo, amorosamente abbracciati l’uno all’altro, nell’acqua cristallina (assaporando la sottile e crescente eccitazione che nasceva dal contatto dei nostri corpi nudi, e che faticavamo, ormai, a tenere a freno) si vedevano distintamente tutte le nostre membra senza veli.

Ora mi accorgo che spesso i miei sensi sono stati tratti in inganno dalla somiglianza dei pomi con i seni della mia donna. Infatti ho afferrato con la mano una mela, che galleggiava in mezzo a noi, credendo che fosse il turgido seno dell’amata. La fonte – che mi siano testimoni le ninfe delle sorgenti – era bella in sé e per sé, ma sembrava ancora più splendida, poiché vi si aggiungevano il profumo delle foglie e la bellezza di Limona, che, sebbene il suo viso sia incredibilmente bello, tuttavia, quando si spoglia e si offre allo sguardo completamente nuda, sciogliendo al collo il nodo del peplo e facendolo scivolare lentamente fino ai piedi (e forse già eccitandosi per il solo fatto di essere guardata vogliosamente nella sua crescente nudità), per la meraviglia di ciò che si cela sotto gli abiti, dei suoi glutei e dei suoi seni, delle sue cosce e delle sue inimità, sembra non avere volto.

C’era, dunque, una bella fonte, e il mite soffio dello zefiro, attenuando il fastidio della stagione, risuonando lieve ed ipnotico e mescolandosi al profumo degli alberi, rivaleggiava con gli unguenti della dolcissima Limona. Era una fusione di profumi, di essenze che blandivano i sensi, ciascuna un poco, in egual misura. Effimero, credo, era il prevalere dell’unguento, poiché lo sopravanzava il profumo naturale, sensuale selvaggio irresistibile, di Limona.

E lo spirare del vento, grazie al quale anche l’afa del meriggio era divenuta più mite, accompagnava armonioso il melodioso concerto delle cicale. Anche gli usignoli, volando sulle onde, cantavano dolcemente. Ascoltavamo anche gli altri uccelli dal dolce canto, che sembravano conversare melodiosamente con gli uomini. Mi sembra di averli ancora davanti agli occhi: uno si posava sulle pietre, poi, via via, un altro si bagnava le piume, un altro si puliva, un altro si alzava dall’acqua, un altro, infine, volava verso la terra per cercarvi cibo. Noi parlavamo di loro, a voce bassa, per non spaventarli e non privarci così della loro vista.

Così abbiamo trascorso tutto il nostro tempo tra Dioniso ed Afrodite, che ci siamo compiaciuti di unire, tra un sorso e l’altro, facendo l’amore, abbracciandoci e leccandoci, fra una coppa e l’altra, nell’ebbrezza del vino e degli orgasmi che si susseguivano uno dopo l’altro senza misura.

E Limona, coronata di fiori, trasformò i suoi capelli lunghi e profumati in un prato. Bella è la corona, e capace di adattarsi in modo del tutto naturale al capo delle donne che vivono la primavera della vita, e di rendere, con il colore delle rose, ancor più vivo il rosa delle carni, finché è tempo per queste cose – finché le donne sentono fra le cosce i caldi e urgenti pruriti della giovinezza.
Rose fra i capelli – e la rosa, il fiore più dolce di tutti, fra le gambe, fremente di vita e di piacere, umido, aperto, pronto ad accogliere e ad inghiottire la virilità dell’amato.

Fonte: Cliassiciproibiti

 

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